Vincenzo Foresta
Se l’arte è, come diceva qualcuno, la capacità di rendere visibile l’invisibile, allora la pittura di Vincenzo Foresta è un esercizio di svelamento continuo. Non c’è nulla di gridato nelle sue tele, nulla che cerchi l’effetto facile o lo stupore momentaneo. C’è invece una calma solida, una precisione che non è mai freddezza, ma forma estrema di attenzione verso il mondo.
Le sue opere sembrano abitate da una luce che non viene dall’esterno, ma che pare emanare dalle cose stesse. Che si tratti di un paesaggio o di un volto, Foresta ne coglie l’essenza più nuda. Nei suoi colori vive una nostalgia particolare, che non guarda indietro con rimpianto ma in profondità con rispetto. Non è il passato a essere evocato, ma ciò che lo rendeva solido: la dignità del lavoro, il legame con la terra, il senso del limite. È una pittura che resiste senza irrigidirsi, fedele senza diventare ripetitiva.
Incontrare Vincenzo Foresta significa incontrare una continuità rara tra l’uomo e l’opera. La stessa sobrietà, la stessa forza silenziosa, la stessa capacità di attraversare le tempeste senza fare teatro. Nella sua arte si avverte che creare non è decorare: è assumersi una responsabilità verso il reale.
La sua arte non chiede di essere spiegata troppo. Chiede piuttosto di essere guardata con tempo, con attenzione, con quella disposizione d’animo che oggi sembra fuori moda ma che, da sempre, è l’unica via per riconoscere ciò che vale davvero. E quando ci si riesce, ci si accorge che la prosa del quotidiano, nelle sue mani, è già poesia.
Recensione a cura di Salvatore Siciliano