Benny Foresta

Fratello minore del maestro Vincenzo Foresta, ha mosso i primi passi proprio nel suo studio, tra odore di colore e silenzio di lavoro. Da lì è nato un percorso che oggi si è fatto voce propria: uno stile riconoscibile, essenziale, capace di fermare lo sguardo e tenerlo lì.

In un’epoca lontana, prima della pittura, prima della tecnica, prima ancora della parola, l’uomo ha lasciato un segno. Lo ha inciso sulle pareti delle grotte, alla luce fioca dei falò.

Non cercava la bellezza. Cercava di esistere. Tracciava figure nella penombra, non per mostrare ciò che aveva visto, ma per non perdere ciò che sentiva.

L’arte nasce lì, nel tremore di quel buio, nello scambio con l’anima.

Benny Foresta sembra tornare a quel punto originario, come una necessità interiore. Nei suoi quadri non c’è mai un inizio dichiarato.

Le figure non arrivano: sono già lì. Nascoste, come chi non si vuole mostrare. E allora la luce non diventa protagonista. Diventa limite. Una soglia da attraversare con misura, quasi a non volerla consumare. Perché ciò che conta non è vedere tutto, ma arrivare al punto in cui ciò che resta basta.

In questo suo fare c’è una spiritualità silenziosa, antica, mai dichiarata. Le sue figure si offrono allo sguardo con pudore, non chiedono attenzione. Stanno. Vivono lì, nel buio.

Henri Matisse disse: “L’ombra è un colore quanto la luce.”

Ma Benny va oltre. Non usa il colore: sfiora appena la luce, quel tanto che basta per darle forma. E lascia che l’emozione, da sola, diventi figura.

Recensione a cura di Salvatore Siciliano